Introduzione

ECOLOGIA, CUCINA E ECONOMIA DOMESTICA: L'INIZIO.

Le azioni quotidiane più semplici, come fare la spesa, cucinare, raccogliere i rifiuti, vengono perlopiù svolte seguendo insegnamenti di ba...

giovedì 13 febbraio 2020

STILLE DI RACCOLTA DIFFERENZIATA 2. I TAPPI DI BOTTIGLIA

Sono spesso l’ultimo impiccio prima di bere qualcosa di buono, vanno rapidamente nella spazzatura senza considerare il loro destino perché tanto sono così piccoli che magari non vale la pena capire se possono o meno essere riciclati. Eppure, se sommati, in un anno, scopriamo che sono tanti (e pesanti). E’ importante quindi smistarli bene nella raccolta differenziata.
Vediamo per vario tipo dove devono essere gettati:

tappi in sughero
Sono i tappi tradizionali delle bottiglie di vino e di spumante. Considerati pregiati, consentono di poter invecchiare a lungo i vini lasciando traspirare. A volte possono essere attaccati da microorganismi e danneggiare il vino (quando sa di tappo).
In Italia vengono largamente utilizzati per il vino. In particolare, è raro trovare una bottiglia di pregio che non abbia un tappo di sughero. Nonostante il potenziale problema del sapore di tappo.

Le alternative maggiori sono i tappi in finto sughero (di plastica) oppure in plastica rigida chiara, opzioni che in genere vengono sfruttate la prima da cantine più moderne e per vini di larga diffusione, la seconda decisamente per vini di categoria inferiore.
Il tappo a vite invece rappresenta l’opzione più seguita anche da produttori importanti per vini di elevata qualità ed è diffuso nel resto del mondo ed in Europa perlopiù nei luoghi meno tradizionali (escludendo quindi Italia, Francia, Spagna).

Essenzialmente, il sughero ha consentito oggi di poter conservare vini pregiati per decenni. Inoltre ha più fascino.
Eppure, sono pochi a conservare le bottiglie di vino in cantina a condizioni idonee di temperatura e umidità per anni, tale da giustificare la necessità di utilizzo di questo materiale.

ad ogni modo, dove si butta?
per ASIA Napoli il tappo di sughero va nella raccolta dell’umido / frazione organica.

E questo è dovuto al fatto che si tratta di un materiale organico facilmente compostabile.

Il sughero però è riciclabile. Esistono numerosi oggetti in sughero riciclato. E’ un materiale utilizzabile nell’edilizia. 
Inoltre, la quercia da sughero, tipica del Mediterraneo, impiega decenni prima di consentirne la sua raccolta dalla corteccia. Non va sprecato.
Eppure la sua raccolta sfugge ai sistemi di raccolta della nettezza urbana. Grazie ad alcune iniziative di privati esistono dei punti di conferimento: Cooperativa Arti e Mestieri, associazione A Braccia Aperte, associazione Tappo di vino, Amorim Cork.
Alle pagine seguenti potete trovare riferimenti per la raccolta in varie città italiane (principalmente nel Nord Italia). Vi aggiorno appena ottengo informazioni per Napoli.

tappi in sughero finto (plastica)
Questo tipo di tappo è discretamente diffuso in Italia per tappare le bottiglie di vino. Viene in genere utilizzato da cantine di grandi dimensioni, per prodotti a costo non elevato. E’ un materiale che consente una ottima conservazione del vino nel breve periodo e soprattutto non può alterare il vino (non può crescere su questo tappo la muffa che colonizza il sughero). 
Si riconosce rispetto al sughero per la tessitura più compatta, il colore omogeneo, l’assenza di friabilità. La faccia a contatto col vino non è macchiata.
E’ prodotto in plastica ed è parte di un imballaggio, va quindi conferito nella plastica. Non sempre però viene prodotto in uno dei polimeri a più facile riciclaggio.

tappi a vite
Al di fuori dei paesi più tradizionali per il vino, come il nostro, è largo l’utilizzo di tappare il vino con il tappo a vite. Si tratta in genere di un tappo in alluminio che si avvita sulla bottiglia. E’ comodo il fatto che non serva un cavatappi per aprirlo. In Italia è di uso frequente nelle bottiglie che vengono aperte e richiuse più volte prima di esaurirne il contenuto, ad esempio le bottiglie di olio e di aceto. Lo si può trovare anche in alcune bottiglie di acqua in vetro.
Poiché il materiale di cui è costituito è alluminio, esso è interamente riciclabile nella raccolta dei metalli o multimateriale.

Si stima che in Italia solo il 50% dei tappi di alluminio venga effettivamente avviato alla raccolta differenziata. Bisogna quindi impegnarsi di più perché non sia gettato attaccato alla bottiglia, come spesso avviene, poiché se ne trascura la sua importanza nel riciclo.

tappi a capsula
Le bottiglie delle passate di pomodoro, le bottiglie in vetro di alcune marche di latte. Soprattutto, i barattoli delle marmellate, delle conserve.
Il tappo a capsula è un tappo con una quota importante di ferro o alluminio e quindi va destinato alla raccolta differenziata dei metalli.

Alcuni di questi tappi sono flip (o clic clac): è una tecnologia venuta negli anni 80 che consente di verificare che il barattolo non è stato manomesso dopo la chiusura avvenuta nello stabilimento. Bisogna premere al centro e non si deve avere riscontro di un suono o movimento di ritorno. Una volta aperto, se richiuso farà sempre un suono o movimento di ritorno dopo aver premuto al centro (clic clac).  

tappi a macchinetta o meccanici
E’ un tappo presente sulle bottiglie di acqua a rendere, quelle che si riempiono in casa e si mettono in frigo. Ha una certa diffusione nel mondo delle bottiglie di birra.
Il tappo è ancorato con delle fascette metalliche al collo della bottiglia, ed è costituito da un corpo in plastica o porcellana con una guarnizione.
Ottimo per i vuoti che si riusano, diventa difficile da riciclare una volta che va nella spazzatura. Va staccato dalla bottiglia, anche per consentirne il riciclo del vetro, e separate le parti metalliche (riciclabili) dal resto, che va nell’indifferenziato.

tappi a corona
Sono i classici tappi delle bottiglie di birra, di cola e tante altre bevande in vetro. Al sud inoltre tappano le conserve di pomodoro fatte in casa.
In genere non sono richiudibili una volta aperti.
Anche questi sono in alluminio e quindi perfettamente riciclabili come i tappi a vite.

tappi in plastica
Molto diffusi, tappano le bottiglie di plastica sia di bevande che di altri liquidi.
In genere sono in polietilene (PE) a alta densità (HDPE) (plastica numero 2), oppure in polipropilene (PP) (plastica numero 5).
Vanno quindi conferite nella plastica ed esiste una buona probabilità che vengano realmente riciclati.

Pare sia meglio lasciare il tappo attaccato alla bottiglia per favorirne il riciclo.

In passato ricordo di raccolte tappi finalizzate a progetti benefici, per cui si raccoglievano a parte. Ecco qualche fonte in proposito. Oggi è meno frequente imbattersi in queste iniziative.

E qui invece il riciclo creativo: come costruire oggetti, arredi e tanto altro con i tappi di plastica. Del resto sono mattoncini regolari e colorati, resistenti.

tappi in vetro
Di tanto in tanto è possibile incontrare una bottiglia di vino con un tappo in vetro. Si tratta di una scelta di maggior costo. La cosa migliore che posso suggerire è di conservarli, perché si adattano bene ad altre bottiglie e quindi sono un comodo tappo da riutilizzare numerose volte.
Poiché il riciclo del vetro è piuttosto selettivo (non si riciclano tutti gli oggetti perché sono in vetro ma solo le bottiglie e pochi altri), anche se non sono riuscito a trovare una fonte precisa credo che il loro destino sia comunque il secco indifferenziato (come i bicchieri in vetro rotti).



Bene, è tutto sul riciclo dei tappi.
Nel rimandarvi alla prossima stilla, vi lascio due ultime curiosità sul tappo di sughero.

Come si valuta la qualità di un tappo?

E cosa fare se il vino sa di tappo?

giovedì 6 febbraio 2020

FEBBRAIO 2020

frutta: arance (in particolare varianti Sanguinello, Sanguigno, a polpa rossa), mandarini, mandaranci, kumquat, pompelmo, pompelmo rosa, limone, kiwi, mele, mela annurca, pere, avocado (Sicilia e Mediterraneo).
frutta esotica: banane, mango, ananas.

verdura: cardi, cavoli, cavolfiore, cavolini di Bruxelles, cavolo cappuccio, broccoli, carote, pastinaca, porri, ravanelli, scalogni, mizuna (senape giapponese), rafano nero, finocchio, cicoria, songino, indivia, erbette, topinambur, spinaci, carciofi, sedano rapa, sedano, radicchio, puntarelle, barbabietole, rape, scorzonera.
funghi: marzuolo.

pesce, frutti di mare pescato (Mediterraneo): vongole selvatiche o lupini o arselle, boga, cefalo o muggine, costardella, lampuga, menola, mormora, occhiata, pagello bastardo e pagello fragolino, palamita, pesce sciabola o bandiera o lama, sarago, sgombro, sugarello, tombarello, tonnetto striato, tonno alletterato, zerro, ombrina.
pesce di acque dolci Europee di allevamento o pescato: coregone o lavarello (allevamento), trota salmerino e trota iridea o americana e trota fario (allevamento), persico (Europa), storione (SOLO allevamento).
pesce, frutti di mare da allevamento: capesante (nord Atlantico), cozze (Mediterraneo), gambero imperiale o mazzancolla (Mediterraneo), ostrica (Mediterraneo e Atlantico), rombo chiodato (Mediterraneo e Atlantico), vongole (Adriatico, Mediterraneo).
pesce, frutti di mare pescato o di allevamento da consumare con moderazione (certificazioni MSC ASC o pesca tradizionale locale): acciuga o alice (piccola pesca costiera o MSC): branzino o spigola (allevamento ASC), orata (allevamento ASC), sardina (piccola pesca costiera o MSC), tilapia (allevamento USA o Europa), triglia (piccola pesca tradizionale), gambero o gamberetto (Mediterraneo e nord Atlantico), pagro (Mediterraneo), polpo (Mediterraneo e Atlantico), ricciola (Mediterraneo e Atlantico), scampi (Mediterraneo e Atlantico), seppie (Mediterraneo e Atlantico), totano (Mediterraneo e Atlantico), calamaro.

sabato 1 febbraio 2020

CAFFE’

Carissimi, continuando la nostra ricerca sui vecchi “coloniali”, dopo zucchero e cacao è arrivato il momento del caffè.
E’ uno degli argomenti più estesi finora affrontati: si trovano, in rete, centinaia di pagine che parlano della storia del caffè e delle sue caratteristiche, ma anche altrettanti siti di commercianti che offrono la loro visione e i loro prodotti.

Lo spirito con cui ho affrontato questo approfondimento è stato quello più vicino possibile allo scopo del blog: sapere, quando beviamo una tazzina di caffè, da dove viene quel prodotto, cosa realmente incide sulla sua bontà e qualità, per noi, per chi lo produce e se l’impatto ambientale è sostenibile oppure no.

E poi, qualche nota di curiosità per una storia così ricca e una eterogeneità ancora oggi così vasta, per noi italiani l’espresso e la moka, per i turchi e i nordeuropei tutt’altro, per non parlare degli asiatici.
Eppure, la caffetteria è un nome tutto italiano nel mondo: cappuccino, espresso e storpiature varie inesistenti qui di noi (choppuccino, frappuccino et al.) parlano italiano ovunque.
Inoltre, fa bene o fa male?
Vediamolo.

Partiamo dalla vita quotidiana.
A casa, appena svegliati. A lavoro, durante la mattinata, con i colleghi. Al bar, dopo pranzo, o a un incontro, nel pomeriggio. C’è chi lo beve anche la sera, dopo cena.
La grande maggioranza degli italiani beve ogni giorno 2 o 3 caffè. Da soli o in compagnia.

In Europa il maggior consumo di caffè pro capite è un primato dei paesi scandinavi e della Finlandia in particolare.
Vero è anche che il caffè filtrato, tipico dell’Europa del nord e continentale, necessita di una maggiore quantità di caffè rispetto all’espresso per ogni tazza.

Ma quanto caffè serve per consentire a tutti noi di berne così spesso?
Quasi 160 milioni di sacchi di caffè (pari a 10 milioni di tonnellate) al mondo sono state prodotti nella precedente stagione. L’Italia da sola ne consuma circa 9 milioni di sacchi.

Il caffè, dopo il petrolio, rappresenta il bene più commerciato al mondo.
Praticamente ogni parte del pianeta importa e consuma caffè.

Il caffè viene coltivato nella fascia equatoriale della Terra: centro e sud America, Africa, Asia e Oceania.
A queste pagine leggiamo, stato per stato, le quantità prodotte e le peculiarità qualitative e quantitative che li caratterizza:

Il Vietnam è oggi il secondo produttore mondiale di caffè (dopo il Brasile e prima della Colombia).
La recente ascesa asiatica nella produzione (e nel consumo) di caffè è bene descritta qui:

L’origine storica della pianta di caffè è l’Etiopia, più precisamente la regione di Kaffa.
Tra tante leggende sulla sua scoperta, la diffusione avviene nel mondo arabo a partire dall’anno 1000 (importante per la sua circolazione la città di Moka in Yemen).
Ma l’espansione planetaria avviene grazie alla sua popolarità in Europa, quando negli anni a seguire del Seicento, con il colonialismo, la coltivazione si estende al Sudamerica e all’Asia, fino a raggiungere, nel Novecento, la diffusione attuale.
Appartiene alla storia degli ultimi 50 anni invece la popolarità raggiunta, nel consumo, nelle popolazioni dell’estremo oriente. 
Di tante varietà selvatiche esistenti tuttora nella zona di origine, essenzialmente sono solo 2 quelle coltivate in tutto il mondo e con valore commerciale: Arabica e Robusta.

Arabica è la qualità di caffè più coltivata, considerata più pregiata. Si caratterizza per un gusto più delicato, meno amaro rispetto alla Robusta, che invece è più forte e corposa, contiene più caffeina. Inoltre, la Robusta è una pianta più resistente e facile da coltivare.

Ma spesso è una miscela di entrambe quella che beviamo, magari proveniente da più coltivazioni, perché meglio si adatta ai nostri gusti. Ecco perché chiamiamo anche miscela il caffè macinato e pronto per la caffettiera.

Esistono molte altre varietà di caffè meno usuali per le nostre abitudini ma anche molto pregiate. 

Addirittura, tra le più pregiate (e costose) viene considerata la Kopi Luwak dell’Indonesia. Le bacche di questa varietà vengono ingerite e defecate da un piccolo mammifero, lo zibetto comune delle palme, e poi raccolte e lavorate. Analogamente, il Black Ivory, dalla digestione di elefanti in Tailandia. Io non li berrei, e non solo per il prezzo, ma per il bisogno di allevare questi animali costringendoli ad alimentarsi principalmente di bacche di caffè.

Tornando alla coltivazione tradizionale della pianta di caffè, la bacca matura, una volta raccolta, operazione spesso da farsi manualmente, appare di colore rossastro e deve essere aperta per raggiungere il chicco, che appare di colore verde. Questa operazione può essere effettuata al sole, attendendo per alcuni giorni, oppure in acqua meccanicamente, più rapida.
Il chicco verde deve essere tostato (torrefazione), operazione in cui raggiunge il colore e l’aspetto a tutti noto, e poi macinato.

La produzione mondiale del caffè ha delle variazioni anno per anno ma negli ultimi 2 anni ha teso a superare la domanda, determinando variazioni importanti nel prezzo (ribassi) con ripercussioni su una vasta filiera di produttori piccoli, medi e grandi:

Il costo del caffè al dettaglio non riflette il costo in produzione. Ad una lenta e progressiva diminuzione del costo al kilo, nei nostri bar non è corrisposta una diminuzione del prezzo per espresso, anzi un aumento. Ciò naturalmente perché ad aumentare sono stati i costi di gestione dell’esercizio.
E’ anche vero però che si tratta di una filiera (la più grande al mondo) dove un vasto insieme di piccoli produttori ha poco potere contrattuale verso l’industria di caffè, che fa da intermediaria e trasforma il prodotto rendendolo fruibile per il consumo (e che con la selezione dei chicchi e la trasformazione lo rende un prodotto adatto ai diversi gusti, per cui vi sono così tante differenze tra una marca e l'altra). 

Ma quanto è sostenibile il consumo del caffè?
La coltivazione del caffè si divide in forme di tipo tradizionale, con piante in crescita all’ombra, in un contesto utile a preservare un ambiente naturale che protegge da insetti e erosione del terreno la coltivazione, e in forme di coltivazioni intensive, in pieno sole, con vaste piantagioni ed impiego maggiore di pesticidi e di acqua.
Conoscere la fonte del caffè che si beve, sia come luogo del mondo, sia come tipo di coltivazione, dovrebbe quindi essere un parametro che ci aiuta a scegliere il prodotto che preferiamo. Ma significa accedere a informazioni che spesso mancano nelle confezioni in vendita. 

Gran parte della produzione di caffè del mondo avviene ad opera di piccole imprese agricole. Per alcuni nazioni, il commercio del caffè è una delle principali voci dell’economia. Ma è anche importante che ci sia una sostenibilità ambientale. 
Tra le principali certificazioni di sostenibilità del caffè vi sono: 4C Coffee association, Fairtrade Max Havelaar, Rainforest Alliance, UTZ, Smithsonian Migratory Bird Center.

Qual è allora il caffè più sostenibile?
C’è una differenza importante tra quello della moka, dell’espresso, le cialde, le capsule o il filtrato?

in quest’articolo del fatto alimentare leggiamo che, in termini di sostenibilità ambientale, a fare la differenza è più l’origine del caffè che la modalità in cui lo si prepara (moka, filtro, capsule o espresso).
Utile quindi scegliere un caffè certificato, ecologico e sostenibile.

Lisa Casali indica che i marchio BIO e Fair Trade possono aiutarci nella scelta, ma anche verificare sul sito dell’azienda produttrice che scelte concrete vengono effettuate.

D’altra parte, il problema della sostenibilità è reale. Il cambiamento climatico minaccia le coltivazioni di caffè. Quest’articolo di Riusa commenta un approfondito studio che ipotizza, per l’Etiopia, patria della biodiversità del caffè, una perdita di uso di circa il 40% del territorio dove attualmente cresce il caffè per il 2040 a causa dei cambiamenti climatici.

Ma un ulteriore grave problema ambientale sono le coltivazioni illecite che determinano disboscamento di foresta persino nei parchi naturali:

Di seguito due documenti che descrivono la produzione agricola del caffè e le problematiche connesse.
La prima fonte esprime la posizione del piccolo coltivatore del Guatemala, che soffre l’agguerrita concorrenza mondiale e le importanti fluttuazioni del prezzo, per cui un piccolo ribasso può rappresentare una perdita enorme.
Si pone attenzione sulla necessità di conoscere la filiera del caffè che si beve e di verificarne il rispetto delle condizioni di lavoro del produttore. Cosa che i prodotti del mercato equo possono garantire.
La seconda fonte invece è della Nestle. Anche qui si analizza il problema della difficoltà per il piccolo produttore di avere un adeguato margine di guadagno. Il problema è la produzione che supera la domanda. Si pone l’attenzione sugli eccessivi incentivi alla produzione di caffè. La scelta di un prodotto maggiormente pregiato può garantire una maggiore opportunità per i coltivatori ed un maggiore rispetto ambientale.

E vediamo adesso la pianta di caffè. Anche se le coltivazioni si trovano nella fascia tropicale del pianeta (entro 30° di parallelo dall’equatore) e in montagna, possiamo facilmente coltivarne a scopo ornamentale (anche io ne ho una). Teme però il freddo e il caldo del nostro clima, e per questo sta meglio in casa.

Adesso un po’ di salute: quanti caffè si possono bere al giorno? 
Prima considerazione, è la caffeina la sostanza a cui si deve fare attenzione, che se assunta in eccesso può dare disturbi o fare male.
I diversi modi di preparare il caffè ne fanno variare la sua concentrazione: una tazza di caffè americano contiene più caffeina di una tazza di caffè da moka che ne contiene più di una tazza di caffè espresso da bar. Grosso modo, una bella tazza da moka ne contiene fino a 100 milligrammi.
La dose media quotidiana al giorno da non superare può essere intorno ai 300-400mg. Come dire 3 tazzine di caffè moka al giorno.

Bisogna però badare anche alle altre fonti di caffeina: tè, cioccolato, bevande analcoliche, integratori, farmaci.

Attenzione a bambini, adolescenti, donne incinte. In questi casi il limite scende (massimo 1-2 tazzine).

Sembra comunque, per la caffeina come per tante altre sostanze, che un basso consumo faccia anche bene, o meglio coloro i quali ne fanno basso consumo sono meno inclini a sviluppare patologie degenerative cerebrali.

Curiosità

La parola caffè può derivare sia dal termine arabo qahwa che identifica oggi il caffè in arabo ma che può significare anche vino, liquore, sia dalla regione Caffa, in Etiopia, dove era molto diffusa la pianta del caffè allo stato spontaneo.

Come si è diffuso il caffè in Turchia, il suo significato e le modalità di preparazione del caffè turco:

E’ attraverso l’impero ottomano che il caffè arriva in Europa, a Venezia e a Vienna:

Sull’arrivo del caffè a Napoli. Tante leggende e date diverse, ma la grande diffusione avvenne all’inizio dell’Ottocento.

Belle fonti e una bell’articolo sulla storia del caffè si trovano a questa pagina di Repubblica:

La macchina Espresso da bar nasce a Torino nel 1884; la moka nel 1933, grazie ad Alfonso Bialetti. E prima? Nelle case si usava la caffettiera Napoletana, nata a Parigi nel 1819. Ai link successivi leggiamo le evoluzioni che ha avuto la macchina espresso da bar ed il cambiare delle abitudini degli italiani verso il caffè nel corso del Novecento.  

Caffetterie storiche d’Europa: Budapest, Praga, Parigi, Vienna ed altre città europee:

e d’Italia: Napoli, Roma, Pisa, Firenze, Torino, Venezia, Trieste, Padova.

Una bella storia delle caffetteria napoletane più belle dell’inizio del Novecento. Solo Gambrinus è sopravvissuta.

Qui fonti su come si è diffuso e come si beve il caffè nel mondo.

Istruzioni per fare un buon caffè con la moka secondo il chimico Dario Bressanini:

Il rito del caffè a Napoli secondo Luciano Pignataro:

Cosa fare con la posa del caffè: concime per piante, sgrassatore, profumo per ambiente e per frigorifero. Allontana le formiche e le lumache.

sabato 11 gennaio 2020

STILLE DI RACCOLTA DIFFERENZIATA: 1. IL TUBETTO DI DENTIFRICIO

Quest’anno ho immaginato una serie di brevi consigli, da dare a piccole dosi, come gocce (stille), da raccogliere su un tema che riguarda tutti noi: la raccolta differenziata dei rifiuti.
L’idea è che ci sono prodotti di uso quotidiano di cui non è intuitivo il corretto smistamento e per cui può essere piacevole approfondire l’argomento.

Il primo oggetto della serie a cui ho pensato è il tubetto di dentifricio.
dove si butta? di che materiale è costituito? è riciclabile? se è un prodotto poco sostenibile, esistono alternative migliori?

Ma anzitutto, che impatto ha tra i rifiuti?
In genere per ogni lavaggio se ne impiegano 1-1,5 ml (ne basta meno di quanti si pensi). Quindi un tubetto da 75 ml consente di effettuare circa 60 lavaggi. Dura 3-4 settimane per una sola persona, in media. Fanno 12-15 tubetti all’anno, per ognuno di noi.

Di che materiale sono fatti i tubetti (ed i tappi) di dentifricio?
I tubetti di dentifricio sono in genere prodotti in plastica, più correttamente più tipi di plastica, o in poliaccoppiati plastica metallo.
Ho fatto personalmente una verifica, comprando 4 tubetti delle marche più diffuse. Di questi, solo un produttore rendeva chiaramente noto il materiale di cui è costituito. Spesso non si riesce a risalirne con chiarezza.
A questa pagina si possono leggere i principali materiali di cui sono costituti gli imballaggi:

La barra colorata al fondo non ha alcun significato nello svelarci il materiale del tubetto o il contenuto:

Essendo contenitori, quindi imballaggi, il loro corretto smistamento è la raccolta differenziata di plastica e multimateriali.

Ma cosa ne seguirà?
Sappiamo bene, per averlo affrontato come tema in passato, che delle 7 classi di plastica, quelle che hanno maggiore probabilità di riciclo sono 1, 2 e 4 (PET, polietilene ad alta densità e a bassa densità) 

Per i tubetti di dentifricio invece siamo davanti a un imballaggio vergine che difficilmente potrà essere riciclato.

Abbiamo delle alternative? 
Esistono tubetti di dentifricio in plastiche facilmente riciclabili, in plastica riciclata, in altri materiali?

Colgate studia un tubetto prodotto in un unico polimero plastico, il polietilene ad alta densità (2), più facilmente riciclabile. Al momento però non è ancora sul mercato in Europa.

Naturasi vende dentifrici ecor e anche di altre marche e spesso si tratta di imballaggi di più facile riciclo:

Da sempre esistono aziende che producono tubetti di dentifricio esclusivamente in alluminio.
Quindi 100% riciclabile e riciclato, in Italia. Tra queste Euthymol oppure Marvis.

Greenme passa in rassegna una serie di alternative al tubetto: dentifricio in polvere e solido. Si tratta di prodotti acquistabili quasi sempre via internet.

LUSH vende in un contenitore in plastica riciclata e facilmente riciclabile (PET, tipo 1) 100 compresse di dentifricio solido. Le uso abitualmente e la resa è perfetta, assolutamente sovrapponibile al tubetto.
La distribuzione è ottima, praticamente c’è un negozio in ogni città. Il costo però è elevato: 10€ a confezione (circa il triplo rispetto al costo per lavaggio del tubetto):

Infine, oltre a un buon riciclo è certamente ecologico accertarsi che il tubetto sia veramente vuoto prima di buttarlo. Spesso finisce nei rifiuti con ancora un po’ di materiale dentro. A questa pagina consigliano di tagliare il tubetto quando è alla fine. Dicono che si riesce a recuperare un ulteriore quantitativo per lavare i denti ancora altre 10 volte: 

Alla prossima stilla.


PS se c’è qualche imprecisione da correggere, o si può integrare con ulteriori consigli, non esitate a commentare sul blog a vantaggio di tutti.

mercoledì 1 gennaio 2020

GENNAIO 2020

frutta: mele, pere, pera nashi, limoni, pompelmo, pompelmo rosa, clementine, mandarini, mandaranci, kumquat, arance (in particolare varianti a polpa rossa), kiwi, avocado (Sicilia e Mediterraneo).
frutta esotica: banane, mango, litchi, ananas.

verdura: spinaci, indivia riccia, scarola, friarielli, broccoli, cavolfiori, cavoli, cavolo nero, cavolo cappuccio, verza, carciofi, cardi, carote, finocchi, porri, barbabietole, bieta, rape, rapa rossa, scorzobianca.

pesce, frutti di mare pescato (Mediterraneo): vongole selvatiche o lupini o arselle, boga, cefalo o muggine, costardella, lampuga, menola, mormora, occhiata, pagello bastardo e pagello fragolino, palamita, pesce sciabola o bandiera o lama, sarago, sgombro, sugarello, tombarello, tonnetto striato, tonno alletterato, zerro, ombrina.
pesce di acque dolci Europee di allevamento o pescato: coregone o lavarello (allevamento), trota salmerino e trota iridea o americana e trota fario (allevamento), persico (Europa), storione (SOLO allevamento).
pesce, frutti di mare da allevamento: capesante (nord Atlantico), cozze (Mediterraneo), gambero imperiale o mazzancolla (Mediterraneo), ostrica (Mediterraneo e Atlantico), rombo chiodato (Mediterraneo e Atlantico), vongole (Adriatico, Mediterraneo).
pesce, frutti di mare pescato o di allevamento da consumare con moderazione (certificazioni MSC ASC o pesca tradizionale locale): acciuga o alice (piccola pesca costiera o MSC): branzino o spigola (allevamento ASC), orata (allevamento ASC), sardina (piccola pesca costiera o MSC), tilapia (allevamento USA o Europa), triglia (piccola pesca tradizionale), gambero o gamberetto (Mediterraneo e nord Atlantico), pagro (Mediterraneo), polpo (Mediterraneo e Atlantico), ricciola (Mediterraneo e Atlantico), scampi (Mediterraneo e Atlantico), seppie (Mediterraneo e Atlantico), totano (Mediterraneo e Atlantico), calamaro.

(Ho consultato: la cucina italiana, articoli del blog, consumaregiusto, slowfish, WWF, Greenpeace)

domenica 15 dicembre 2019

ARANCE, CLEMENTINE, MANDARINI, MANDARANCE, KUMQUAT.

Questo mese parliamo di una famiglia di agrumi che al meglio rappresentano la frutta invernale: arance e mandarini.
Affronteremo inoltre le loro varietà e derivazioni più comuni, le clementine, i mandaranci e i kumquat.

Come sempre, quando si parla di frutta, affrontiamo:
origine del frutto
varietà del frutto
quando è periodo
produzione mondiale e italiana
qualità benefiche
coltivazione in giardino
curiosità

Gli agrumi sono una grande famiglia di alberi da frutto, probabilmente originari dell’Asia orientale, da cui, attraverso incroci, sono originate le varietà che oggi conosciamo.
I cosiddetti frutti originari sono 3: pomelo, cedro e mandarino.

Le varietà di agrumi più diffuse sono limone, lime, arance (dolci, da tavola e da spremuta, amare), mandarini, clementine, pompelmo, bergamotto, chinotto, kumquat.

Ma torniamo alle nostre arance.
Nella notte dei tempi, attraverso impero persiano, mondo greco romano, arabo, la loro coltivazione raggiunge il Mediterraneo dove, nel sud Italia ed in particolare in Sicilia, trovano una fiorente collocazione.
La distinzione principale è tra arance dolce e amare.
Di entrambe esistono numerose varietà.
Le arance dolci sono quelle che mangiamo come frutti, oppure beviamo in spremute.
Dalle arance amare si preparano invece liquori, dolci industriali o anche se ne fa un uso cosmetico.

Analogo viaggio, dall’Asia orientale al Mediterraneo, ha compiuto la coltivazione del mandarino, con tutte le sue varietà. Tuttavia la sua introduzione in Europa data all’inizio dell’Ottocento.

E’ interessante il nome di questo frutto. Mandarino deriva dal colore dell’abito arancione dei dignitari imperiali dell’antica Cina. Tale termine indica inoltre la lingua cinese del nord.

Esistono numerose varietà di arance.
Tra le arance dolci, si distinguono quelle a polpa gialla-arancio e a polpa rossa, dovuta essenzialmente alla ricchezza, in quelle rosse, di pigmenti (antocianine) che ne arricchiscono le proprietà benefiche.
Un’altra caratteristica che è presente solo in alcune varietà è quella dell’ombelico (o Navel): un secondo piccolo frutto in stato di formazione presente, sotto l’apice, all’interno dell’arancia.
Diverse varietà significano un diverso periodo di maturazione che consente di poter disporre di arance fresche per un lungo periodo dell’anno (da fine novembre a maggio inoltrato).

Le varietà più presenti in Italia sono:
arancia rossa di Sicilia: sono alcune varietà a polpa rossa (Moro, Tarocco, Sanguinello) con Indicazione Geografica Protetta.
arancia di Ribera: IGP dalla provincia di Agrigento (varietà Brasiliano, Washington Navel e Navelina).
arancia del Gargano IGP: arancia Duretta, colore chiaro, pochi semi, pezzatura media, marzo.
arance Sanguinello e Sanguigno: arance rosse, da febbraio ad aprile.
arancia Belladonna: grande, colore arancio, pochi semi, da dicembre a marzo.
arancia Biondo Comune: polpa arancio, sapore gradevole e dissetante, elevata resa in succo, scarsi semi.
arancia Brasiliano (Navel): da dicembre ad aprile.
arancia Moro: arancia rossa, succosa, priva di semi, da dicembre a febbraio.
arancia Navel: grande pezzatura, colore arancio, poco succosa. Da novembre a maggio.
arancia Navelina: novembre.
arancia Washington Navel: da dicembre a marzo.
arancia Navelate: polpa arancio, succosa, priva di semi.
arancia Ovale Calabrese: tardiva, da marzo a maggio. 
arancia Tarocco: da dicembre a maggio. Polpa giallo-aranciato con strie rossastre, pigmentata. Variante pregiata.
arancia Newhall: colore arancio.
arancia Thompson: da febbraio ad aprile.
arancia Belladonna: da dicembre a marzo.
arancia Valencia: la più coltivata al mondo. Aprile-maggio.

Per i mandarini ci sono meno varietà.
Alcuni incroci quali mandaranci e clementine hanno grande notorietà.
la varietà Avana è la più diffusa al mondo. Altre varietà sono King, Cleopatra, Satsumi, Tangeri e cinese (kumquat).
I mandaranci sono un ibrido tra mandarino e arancio amaro.
Le clementine sono un ibrido tra mandarino e mandarancio.

quando è periodo di arance?
Varietà diverse di arance consentono di averne da novembre a maggio.

E degli altri agrumi?
mandarini: da fine novembre a marzo
mandaranci: da fine novembre a febbraio
clementine: da fine novembre a gennaio
kumquat: da dicembre a febbraio

Esistono poi varietà particolari, come i mandarini Satsuma, incrocio tra clementina e pompelmo, che si raccolgono quando la buccia è ancora verde, e si consumano più precocemente.

Arance e mandarini sono i frutti per eccellenza cui si attribuiscono qualità benefiche per affrontare l’inverno con il suo freddo ed i suoi virus.
L’arancia, come ogni frutto, facilita l’idratazione. Inoltre, è ricco in vitamine A e C.
Poi, per la quota di fibre, fa bene al tubo gastro-enterico e alle sue emissioni.
Preferibilmente, non si consumano prima di coricarsi, potendo esacerbare i disturbi di chi soffre di malattia da reflusso gastro-esofageo.

Analoghi benefici per mandarini, mandaranci e clementine:

Ma se è chiara la differenza tra arance e mandarini, come distinguere esattamente mandarini, clementine e mandaranci?
clementine e mandarini differiscono per almeno 4 caratteristiche:
le clementine non hanno i semi, hanno una forma rotonda, una buccia più tendente al rosso, un sapore più dolce. I mandarini hanno semi, una forma più schiacciata, una buccia più tendente al giallo, un sapore più aspro.

Qualche approfondimento distintivo tra mandarini, clementine e mandaranci:

I nomi dei frutti tendono ad essere al femminile rispetto all’albero che è al maschile. Gli agrumi fanno eccezione, tenendo spesso al maschile anche il nome del frutto, ma non per le arance, che è più corretto chiamare al femminile.

La clementina prende il suo nome dal suo inventore, Clément Rodier, missionario francese in Algeria che nel 1902 ne mise a punto l’ibrido.

Spagna, Cina e Sudafrica sono i principali paesi produttori esportatori al mondo di agrumi.

Tra gli agrumi, il frutto in assoluto più coltivato è l’arancia.
Per la sola produzione, spiccano nel mondo Brasile, Stati Uniti e Cina, in Europa Spagna e Italia (con produzione concentrata nelle regioni Sicilia, più del 50% della produzione, e Calabria.

Analoga la distribuzione della produzione mondiale di mandarini, con in vetta stati del Mediterraneo, Sudafrica e Stati Uniti.

Complessivamente, l’Italia è il terzo produttore del Mediterraneo di agrumi, dopo Spagna ed Egitto.
Le regioni maggiormente interessate sono Sicilia e Calabria, a seguire Puglia Basilicata Sardegna Abruzzo e tutte le regioni che affacciano sul Tirreno. Aumenta la produzione del biologico.
Comunque, la quota di importazione supera quella di esportazione.

Come coltivare un albero di arancio:

Come coltivare un albero di mandarino:

E, per concludere, un simpatico vademecum dei frutti più frequenti pensato per gli scolari: 


Al prossimo appuntamento, il prossimo anno!

mercoledì 4 dicembre 2019

DICEMBRE 2019

frutta: melone d’inverno (melone a polpa bianca), cedro, arance, mandarini, clementine, pompelmo, melograno (fine stagione), kumquat, mele, mele cotogne, pere, avocado (Sicilia).
frutta esotica: banane, avocado.

verdura: cavoli, cavolo riccio, cavolfiore, cavolini di Bruxelles, broccoli, sedano rapa, barbabietola rossa, cren o barbaforte o rafano di spagna, radicchio, cicoria, indivia, spinaci, catalogna, pastinaca, carciofi, finocchi, patate, porri.

pesce pescato (Mediterraneo): gallinella, lampuga, cefalo o muggine, mormora, zerro, occhiata, aguglia, boga, branzino o spigola, costardella, menola, pesce sciabola o pesce bandiera o pesce lama, tombarello.
pesce di acque dolci europee: coregone o lavarello, trota salmerino, trota iridea (americana), trota fario.
pesce, frutti di mare da allevamento: capesante (nord atlantico), cozze, gambero imperiale o mazzancolla (Mediterraneo), ostrica (Mediterraneo e atlantico), rombo chiodato, tilapia, vongole (Adriatico).
pesce pescato o da allevamenti certificati da consumare con moderazione (controllare certificazioni MSC ASC o pesca tradizionale locale): tonnetto striato, tonno alletterato, triglie, aringhe (Atlantico), branzino o spigola, gambero o gamberetto (mediterraneo e atlantico settentrionale), orata, pagro, polpo (mediterraneo e atlantico), storione (solo allevamento), seppia, totano.