Introduzione

ECOLOGIA, CUCINA E ECONOMIA DOMESTICA: L'INIZIO.

Le azioni quotidiane più semplici, come fare la spesa, cucinare, raccogliere i rifiuti, vengono perlopiù svolte seguendo insegnamenti di ba...

domenica 31 maggio 2020

RICICLO DEL VETRO

Parlare di vetro e di riciclo del vetro mi fa pensare a qualche episodio della mia infanzia.

Ad esempio, quando qualcuno mi disse che nelle spiagge sassose, tra quei sassolini piccoli che fanno il bagnasciuga, con cui i bambini possono giocare, quelli più colorati, lisci, altro non erano che residui di bottiglie di vetro frantumati e levigati dall’azione del mare.

Oppure, quando in navigazione lessi tra le regole del diporto che, a 12 miglia dalla costa, è possibile, se necessario, buttare una bottiglia di vetro in mare.

Ma queste sono le conseguenze di un mancato riciclaggio del vetro.

Diciamo la verità, se non fosse che è fragile e tagliente, il vetro sarebbe il materiale di cui ci disferemo meno volentieri, che meglio immaginiamo integrato con la nostra vita e con la natura.
Ma è sbagliato. Il vetro disperso in natura ci mette più tempo di ogni altro materiale a degradarsi. 4000 anni.

Invece, il riciclo consente risparmio di risorse, di energia, di inquinamento e di CO2.

Ma che cos’è? Che destino ha se lasciato nell’ambiente? Come è organizzato il suo riciclaggio? E’ sempre riciclabile di qualunque cosa si tratti, dal vetro di una finestra alle cianfrusaglie soprammobili fino alle bottiglie?

Vediamo.

Le informazioni più utili le troviamo alla pagina web del consorzio italiano riciclaggio vetro:

Leggiamo infatti che si tratta di un materiale amorfo, che riscaldato diventa liquido e quindi può essere plasmato nelle forme che vogliamo.
Il vetro utilizzato correntemente è in prevalenza costituito di ossidi di silicio.
Al pari dei metalli, è riciclabile infinite volte a patto naturalmente di rispettarne le regole di raccolta differenziata.
Il suo riciclo consente un ampio risparmio di materia prima e di consumo energetico, insieme con una riduzione di emissioni di inquinanti e di gas clima alteranti (CO2).
Inoltre il materiale avviato correttamente a riciclo è una voce di profitto per i comuni diversamente da quello mandato ad altre modalità di smaltimento.
E’ quindi sia un dovere civico sia una convenienza economica destinarlo sempre correttamente al riciclo.

Questo documento raccoglie i risultati del riciclaggio del vetro in Italia nel 2018.

Sinteticamente:
il 76% degli imballaggi in vetro prodotti sono stati differenziati e riciclati con un incremento dell’8% della raccolta differenziata rispetto all’anno precedente (il 2017), per un totale di oltre 2 milioni di tonnellate di vetro riciclato.
Ma il 13% del vetro differenziato non è stato riciclato: questo per colpa della presenza di contaminanti derivanti da una scorretta procedura di differenziazione.

Ciò nonostante il riciclo ha consentito un importante risparmio di materia prima (3,4 milioni di tonnellate) e di energia (2,3 milioni di barili di petrolio), con riduzione di CO2 (2,1 milioni di tonnellate) e guadagno economico (79 milioni di Euro per i comuni e 500 milioni di Euro complessivi) rispetto a se non ci fosse stata alcuna raccolta differenziata.

Esiste però una differenza di media riciclata per abitante significativa tra le varie regioni d’Italia.
Gli estremi sono la Valle d’Aosta (56 kg di vetro riciclato per abitante) contro la Sicilia (16,7 kg per abitante).
La Campania, come tutto il Mezzogiorno, tende ai valori medi inferiori (28,7 kg per abitante).

Due quindi gli obiettivi più significativi da perseguire: migliorare la qualità del vetro raccolto e incrementare la raccolta in diverse regioni d’Italia.

Questo breve video ci riassume la situazione recente italiana.

Un risultato desiderabile stimato è di 2.000 tonnellate di vetro portate a riciclo per 50.000 abitanti. Si tratta di un valore di 40 kg per abitante.

A Napoli, nel 2019, con 1 milione di abitanti, sono state avviate al riciclo 20.000 tonnellate di vetro. Circa la metà di quanto atteso. A cui andrà tolta una percentuale non trascurabile che andrà in discarica perché contaminata per una errata raccolta differenziata.

Va comunque detto che paragonando i dati mensili attuali con l’anno precedente si apprezza un trend altalenante, ma in progressivo miglioramento.

In questa gara di potenziamento, che coinvolge in primo luogo tutti i cittadini ma naturalmente anche le amministrazioni comunali e regionali, le aziende impegnate nella raccolta e nel riciclo, quest’anno è entrato un nuovo ostacolo da superare, la pandemia da Covid19.
Che impatto sta avendo sulla raccolta differenziata del vetro?
A marzo 2020 c’è stata una riduzione della raccolta del 20%. Certo c’è stato anche un drastico calo di consumi.

Ma sia chiaro: in caso di negatività all’infezione da Covid19, la raccolta differenziata del vetro deve proseguire come di norma.


Appare evidente che, oltre ad incrementare la quantità del vetro riciclato, deve essere mantenuta una elevata qualità.

Quando pensiamo al vetro pensiamo a numerosi oggetti: mi vengono in mente quello delle finestre, oppure i bicchieri, le lampadine, le teglie da forno in pyrex, le bottiglie ed i barattoli. Anche i flaconi del profumo, gli specchi e gli schermi. Le ceneriere e bomboniere, i tappi di vetro di bottiglie pregiate. Le palline decorative natalizie in vetro. E chissà quanti altri.
Ma di questi, qual è quello che possiamo riciclare?
Le linee guida del COREVE sono precise: solo bottiglie e barattoli o vasetti in vetro.
Imballaggi di filiere alimentari, in sostanza.

Rimuovendo residui di contenuto, sciacquando, eliminando il tappo e, naturalmente, evitando di conferire nella campana il sacchetto di plastica che abbiamo utilizzato per raccoglierle.

Ma perché gli altri materiali in vetro non possono essere riciclati?
I bicchieri hanno parti in cristallo con piombo, le teglie in vetroceramica.
Sono vetri prodotti a partire da miscele diverse, che non possono essere fusi alla stessa temperatura per formare nuovo vetro. Una singola parte diversa compromette la raccolta di una massa molto maggiore. Ed è la causa dello spreco del 13% del vetro differenziato: contaminato con altre parti, anche se in quantità molto inferiore, è tutto da destinare alla discarica.

Una grammo di contaminante impedisce il riciclo di 300 chilogrammi correttamente selezionati. 
Facciamo un esempio: un bicchiere di vetro, con le sue parti in cristallo (e quindi in piombo) compromette il riciclo di 30.000 bottiglie. L’errore di un condomino si riflette sulla bontà del lavoro non del palazzo ma dell’intera strada.

E’ quindi essenziale mantenere innanzitutto una elevata qualità del riciclo.
Nel dubbio, meglio riciclare meno ma bene. 

Quando, nel 2007, ero studente Erasmus in Germania, notai che le campane del vetro separavano sempre la raccolta del vetro per il colore.
E qualche volta avevo difficoltà a riconoscere il colore di una bottiglia di vetro, a distinguere il verde dal marrone.
In effetti la distinzione per colore è indispensabile per la rigenerazione, e il contributo all’origine consente una migliore selezione rispetto a quella che avviene negli impianti.
Probabilmente vedremo implementare anche in Italia questo ulteriore livello di cernita.

Ad ogni colore corrisponde un preciso codice di riciclaggio: 70 per il vetro trasparente, 71 per quello verde e 72 per il marrone.

Questo un video elementare che mostra come avviene il riciclaggio del vetro:

E qui qualche spiegazione più approfondita sul processo industriale di riciclaggio del vetro:

E sulla produzione del vetro:

Aziende di riciclo:

Il vetro potrebbe essere recuperato non solo per nuove bottiglie ma anche per nuovi materiali per l’edilizia:

Qual è la percezione che abbiamo delle nostre conoscenze sul riciclo del vetro?
Giovani e anziani dichiarano entrambi di riciclare tutti gli imballaggi. Ma alla domanda “quante volte può essere riciclato il vetro?” hanno risposto correttamente più del 60% degli ultrasessantenni, circa il 40% dei giovani sotto i 30 anni.

I risultati attuali di riciclo sono ottimi. Ma gli obiettivi posti sono ancora più ambiziosi: raggiungere il 90% di riciclo del vetro per il 2030.
E forse il limite maggiore non sarà la nostra capacità di incremento di quantità e qualità, ma la disponibilità industriale di impianti di riciclo.

Ma oltre al riciclo, il vetro può essere destinato al riuso.
Sappiamo bene che negli ambienti contadini, le bottiglie di birra vengono conservate per le passate di pomodoro che si fanno ad agosto. Oppure che i barattoli di sughi e conserve vengono riutilizzati per le marmellate e per le melanzane sott’olio. Prodotti caserecci tanto apprezzati da tutti noi.
Eppure, il riuso apparteneva anche alla filiera industriale, per le bottiglie di latte, birra, cola, acqua.
In Germania è ancora molto presente, persino nelle discoteche per una bottiglia di birra si paga la pfand che viene restituita solo alla consegna del vetro vuoto.
In Italia sopravvive solo in certe filiere per l’acqua minerale.
Questo video di Milena Gabanelli spiega i motivi per cui è così trascurato il vuoto a rendere. Eppure converrebbe eccome all’ambiente.

In conclusione, il vetro rappresenta un gran successo della raccolta differenziata in Italia. Le percentuali di riciclo sono tra le più alte, insieme a metalli e carta e cartone. Se correttamente differenziato, la riciclabilità è infinita.
Il riciclo consente un notevole risparmio di materia prima, energetico e di emissioni di CO2.
Occorre, oltre che incrementare la raccolta dove ancora è poco diffuso, sicuramente migliorarla limitandola a bottiglie e vasetti/barattoli.
Inoltre, andrebbe incentivato il riuso, con il ripristino del vuoto a rendere.
Rimane un materiale gradito e di limitato impatto ambientale, per quanto non biodegradabile e tra i più lenti a degradarsi.

sabato 16 maggio 2020

STILLE DI RACCOLTA DIFFERENZIATA. 5. LA DISPENSA

Oggi è il mio compleanno (+35) e sono felice di festeggiarlo anche pubblicando un nuovo post del blog.

Torniamo alle stille.
Stiamo viaggiando nella cucina alla scoperta degli imballaggi più diffusi e della loro riciclabilità. 
Dopo aver chiuso la porta del frigorifero, apriamo gli scomparti dei pensili della cucina.
E’ qui che la gran parte di noi mette la pasta, lo zucchero, la farina, i cereali.. e tanto altro.

Questa volta siamo davanti a prodotti pensati per essere conservati a lungo. 
Il loro contenitore quindi avrà caratteristiche diverse a quelli della catena del freddo.

In dispensa la lotta principale per la conservazione dei cibi si combatte con dei piccoli nemici favoriti dal caldo e dall’umidità: le farfalline della farina.
Esse possono colonizzare alcuni alimenti in fase produttiva, arrivare invisibili all’interno degli involucri sotto forma di uova e poi proliferare al raggiungimento delle condizioni climatiche opportune (tipicamente nei mesi estivi).

Questi insetti depositano numerose uova che nel complesso hanno un aspetto filamentoso, della consistenza di una ragnatela. Profittano dei nostri alimenti per far crescere le larve, i vermetti tanto indesiderati che spesso si scoprono aprendo il pacco di biscotti, e da adulti sono delle piccole farfalline che si notano poco.

Per quanto non facciano male, non è un bel vedere trovarli strisciare sulla fetta biscottata.
Un modo per monitorarne la presenza è dotarsi di trappole a ferormone: essendone attratte rimangono adese ad una specie di carta moschicida che può essere attaccata alla superficie interna delle ante dei pensili.

I rimedi per liberarsene: svuotare la dispensa, pulire a fondo con acqua e aceto, riporre solo contenitori che sono stati accuratamente puliti.

La prevenzione resta fondamentale. Non possiamo sapere se introduciamo un alimento contaminato, ma possiamo fare in modo che rimangano nel loro imballaggio chiusi e, una volta aperti, possiamo riporli in barattoli in vetro a chiusura ermetica.


La pasta secca che tutti consumiamo è destinata a durare a lungo, anche anni.
Deve sopravvivere alla conservazione in magazzino, nel negozio di alimentari o nel supermercato, nella nostra dispensa.
Ecco quindi che deve avere un involucro adatto.
Come viene imballata la pasta in vendita?

Essenzialmente in due modi: scatole di cartone rigido e buste flessibili di plastica.
Nel caso della confezione in cartone, essa è facilmente e ben riciclabile. Solo attenzione che spesso è presente una finestra in plastica trasparente che consente di vedere il prodotto e va tolta prima di conferirlo nella carta.
La confezione in plastica, più diffusa, è in polipropilene (PP, polimero 5). Pur essendo un imballaggio in plastica, non è una cattiva scelta perché ha buone probabilità di essere riciclato.

Non dimentichiamo che il packaging è anche marketing: risponde a esigenze di igiene ma deve anche essere attrattivo verso chi sta per comprare il prodotto.

Bene quindi che l’attenzione alla riciclabilità faccia parte dei criteri di scelta dei consumatori e quindi le case ne facciano una forma di promozione.

Sotto questo punto di vista, l’aumento di consapevolezza dei consumatori è un validissimo strumento per vedere ridotti imballaggi di apparenza a scarso impatto ma che poi invece non troveranno destino nel riciclo o nel compostaggio.
Cresce infatti, in vari ambiti, la richiesta e l’offerta di prodotti senza imballaggio o con imballaggi a bassissimo impatto.

Ma esiste per la pasta un packaging in materiale biodegradabile?
E’ stato studiato e realizzato, ma risulta ancora troppo costoso per poter essere commercializzato su larga scala.

Ecco un documento enciclopedico per approfondimenti sul packaging:

Il riso ed altri cereali, come couscous, orzo o farro oramai sono sempre più presenti nella nostra dispensa.
Certo, credo che per mezzo secolo dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta abbiamo mangiato quasi esclusivamente pasta. Almeno qui a Napoli.
Ma oggi alcune abitudini sono cambiate.
Integrare la dieta con una varietà di cereali integrali è un elemento di grande valore per la nostra alimentazione.
Inoltre sono pratici: si cuociono facilmente, si conservano in frigo per qualche giorno e all’occorrenza si possono unire a verdure per una comoda schiscetta senza che il sapore si alteri così tanto. Non possiamo fare lo stesso con la pasta.
Le scelte di imballaggio sono varie. Comprendono scatole in cartone e buste in PP come per la pasta.
Ma una scelta frequente è di trovarli sottovuoto in una busta di plastica e magari all’interno di una scatola di cartone.
Precedentemente abbiamo parlato dei sottovuoto: la riciclabilità della busta trasparente dipende dal polimero con cui è costituita. Non sempre questo dato è facilmente deducibile.

Non mancano comunque imballaggi in carta, di più immediato e sicuro riciclo.

Ma soprattutto, c’è una crescita non trascurabile della possibilità di comprarli sfusi, a peso, in una bustina di carta.
Gli acquisti di prodotti sfusi sono infatti una valida scommessa sia nella riduzione di rifiuti sia nella crescita della consapevolezza del problema: siano essi generi alimentari, come cereali, legumi, frutta secca, o detersivi, aumenta sempre di più l’interesse verso questi prodotti e la disponibilità a riusare borse, magari apposite, portate da casa.
Per quanto la pandemia da Covid19 abbia bruscamente interrotto questa sequenza, dovendo limitare al massimo manipolazione e tempo per la spesa, sono fiducioso che in condizioni igieniche ottimali possiamo presso vedere una più veloce ripresa di questa buona abitudine.

Farina, sale e zucchero sono prodotti presenti in tutte le dispense.
Ho fatto davvero fatica, e non ho trovato, fonti sull’argomento. Ma nella mia esperienza ovunque ho visto solo imballi in carta  ed in cartone rigido (o entrambi) per questi prodotti. 
Una nota per la bustina di zucchero monodose del bar: non sempre questa è di carta, ma talvolta è di carta plastificata. In questo caso, come poliaccoppiato, andrà nel non riciclabile.

Merendine, biscotti, fette biscottate e simili sono un gruppo di prodotti eterogenei negli imballaggi cui si ricorre o per la colazione o per uno spuntino. Più facile avere in casa quando ci sono bambini.
E’ difficile generalizzare perché produttori diversi fanno scelte diverse.
In genere il prodotto si trova in una bustina monodose, che può essere in plastica trasparente (pensiamo ai biscotti o alle fette biscottate) oppure colorata e stampata, adagiato in una scatola cartonata insieme ad altri, insieme imballati in un involucro in plastica ulteriore che chiude la confezione e in cui leggiamo tutte le informazioni del prodotto, oltre ad avere una grafica attrattiva.
Generalmente si tratta di imballi riciclabili, per la parte in carta e per la parte in plastica, che può essere di polimeri diversi (HDPE 2 LDPE 4 o più spesso PP 5), naturalmente evitando di gettarne microframmenti o di molto sporchi. Ma non mancano anche scelte diverse a scarsa riciclabilità. Soprattutto per le monodose vendibili singolarmente.
Per fortuna, i maggiori produttori tendono a chiarire bene il tipo di imballaggio ed il loro destino:

barattoli tipo marmellata e tappi: sono barattoli in vetro con tappi in plastica o alluminio. Marmellate, ma anche conserve sott’olio e sott’aceto, le alici, la senape. Dei tappi abbiamo parlato in precedenza, il barattolo va nel vetro. Ma, soprattutto, si possono conservare e riutilizzare. Anche per le schiscette.

contenitori per le spezie: si tratta in genere di piccoli barattoli in vetro con un tappo in plastica o in alluminio che passeranno anni in dispensa prima di essere svuotati.
Per quanto il destino di tappo e barattolo sia intuitivo, questi hanno quasi sempre una griglia in plastica che serve a limitare lo svuotamento per facilitarne l’utilizzo.
Ma al momento di gettare il contenitore si è in difficoltà: come conferirlo nel vetro se è ancora presente una parte in plastica?
Anche per questi le cose sono cambiate e per molti oggi è possibile separare agevolmente le due parti per avviarle al riciclo:

retine in plastica: alcuni prodotti ortofrutticoli vengono venduti già confezionati in una retina. Patate, aglio, cipolla, ma anche arance, limoni.
Di cosa è fatta? Dove va buttata?
Come leggiamo dai produttori, può essere in vari polimeri tutti a buona probabilità di riciclo (HDPE LDPE PP). Pertanto, come imballaggi, vanno nella plastica.

Dovremmo però domandarci se non possiamo farne a meno: sono infatti prodotti in vendita anche sfusi, in un sacchetto compostabile riutilizzabile per i rifiuti umidi.

Ma se comunque ne facciamo uso, prima di buttarle possiamo riutilizzarle: messe insieme fanno una spugna utile per lavare i piatti, in particolare per grattare ed eliminare le parti più dure che possono rimanere sul fondo di una pentola. A queste pagine le istruzioni per fabbricarle:

Queste retine sono anche presenti al banco pesce, per imballare cozze e mitili. Si usano anche per la loro coltura. E possono diventare un pericoloso rifiuto disperso in mare. Per fortuna esistono valide proposte di riciclo incentivanti per l’acquacoltore che potrebbero ridurre di molto la loro dispersione.

Ma forse un giorno non ne vedremo più in plastica ma in cotone:


Bene, alla prossima Stilla.

Vi ricordo dove scaricare una piccola guida da stampare ed avere sempre in evidenza per il corretto smistamento dei rifiuti dei contenitori per alimenti:

Due approfondimenti del CONAI (Consorzio Nazionale per il Recupero degli Imballaggi) 
Linee guida per la facilitazione delle attività di riciclo degli imballaggi in materiale plastico:
Liste degli imballaggi in plastica nelle fasce contributive:

E qui i collegamenti alle precedenti stille di raccolta differenziata:
1. Tubetto di dentifricio.
2. Tappi di bottiglia.
3. Contenitori di alimenti in frigorifero (prima parte).
4. Contenitori di alimenti in frigorifero (seconda parte).

venerdì 1 maggio 2020

MAGGIO 2020

frutta: albicocche, amarene (visciole, marasche), ciliegie, fragole, lamponi, fichi fioroni, nespole, finger lime, pompelmi, arance (fine stagione, in particolare varianti Navel, Valencia, ovale calabrese).
frutta esotica: banane, ananas.

verdura: aglio rosso, aglio, bietole, chayote, fave, patate novelle, piselli freschi, taccole, zucchine (anche fiori), asparagi, cipollotti, fagiolini, ravanelli, carote, borragine, agretti, cicorie, spinaci, cipolle, coste, finocchi, rafano, rucola.
erbe aromatiche: menta, maggiorana, aneto, sedano.
funghi: prugnolo (di san Giorgio).

pesce, frutti di mare pescato (Mediterraneo): vongole selvatiche o lupini o arselle, boga, cefalo o muggine, costardella, gallinella o capone, leccia, menola, mormora, occhiata, pagello bastardo e pagello fragolino, palamita, pesce sciabola o bandiera o lama, sarago, sgombro, sugarello, tombarello, tonnetto striato, tonno alletterato, zerro.
pesce di acque dolci Europee di allevamento o pescato:  coregone o lavarello (allevamento), trota salmerino e trota iridea (americana) e trota fario (allevamento), persico (Europa), storione (SOLO allevamento).
pesce, frutti di mare da allevamento: capesante (nord Atlantico), cozze (Mediterraneo), gambero imperiale o mazzancolla (Mediterraneo), ostrica (Mediterraneo e Atlantico), rombo chiodato (Mediterraneo e Atlantico), vongole (Adriatico, Mediterraneo).
pesce, frutti di mare pescato o di allevamento da consumare con moderazione (certificazioni MSC ASC o pesca tradizionale locale: acciuga o alice (piccola pesca costiera o MSC): branzino o spigola (prodotto pescato o allevamento ASC), orata (allevamento ASC), sardina (piccola pesca costiera o MSC), tilapia (allevamento USA o Europa), gambero o gamberetto (Mediterraneo e nord Atlantico), pagro (Mediterraneo), polpo (Mediterraneo e Atlantico), scampi (Mediterraneo e Atlantico), seppie (Mediterraneo e Atlantico), totano (Mediterraneo e Atlantico).

domenica 26 aprile 2020

FRAGOLE

Questo mese parliamo di fragole. E’ un frutto diverso dagli altri che abbiamo trattato: per raccogliere le fragole bisogna chinarsi e prenderle da una piantina e non salire su un albero.

La frutta è tutta buona ma il privilegio delle fragole di essere considerate al pari di un dolce è condiviso con pochi altri frutti.
Non si sbuccia ed è il tipico frutto preferito dei bambini.

Approfondire le fragole mi ha fatto scoprire che sono buone e sane (associandole ai dolci ho sempre limitato il consumo per paura che facessero male) e soprattutto mi ha messo in difficoltà nel capire quando è il periodo dell’anno in cui giungono a maturazione.
Vediamo perché.

La fragola, e la fragolina di bosco, non sono un vero frutto. I veri frutti sono i puntini bianchi in superficie. La pianta è la Fragaria, tipica del bosco, diffusa originariamente nelle zone alpine europee, in Asia e nelle Americhe.
Spontaneamente fruttifica in primavera (da fine aprile a giugno) ma in montagna le fragoline di bosco crescono in estate (da giugno a settembre).

Apprezzate già molto dagli antichi romani, le varietà di fragole che mangiamo sono ibridi tra piante di provenienza da più parti del mondo iniziati alla fine del Settecento.

Pur essendo gustose e complemento indispensabile di tanti dolci, sono poco caloriche (circa 27 Kcal per 100g) e sono piuttosto ricche in Vitamina C come di altre molecole antiossidanti. Di conseguenza sono un frutto sano da consumare in libertà.

In associazione con la panna (crema Chantilly) e con la crema pasticciera (crema gialla) sono un elemento essenziale della pasticceria italiana.
Tuttavia, nelle ricette casalinghe la loro migliore presentazione è sicuramente in crostata. Ecco la ricetta del gambero rosso.

Ma in pasticceria ogni giorno dell’anno posso trovare dei dolci contenenti fragole (pensiamo al babà, ai cestelli di frutta, ai bignè (choux) ed alle torte con panna).
Eppure il loro periodo è la primavera, peraltro inoltrata.
Come è possibile?

Ebbene per capirlo dobbiamo un attimo lasciare da parte l’immagine del sottobosco con le fragoline spontanee e scoprire da dove vengono le fragole che mangiamo.

Sono italiane o vengono da lontano?
Sono di serra o di coltivazione in campo?

L’articolo seguente che risale oramai a 5 anni fa ci dà una panoramica della produzione mondiale di fragole.
I primi produttori sono Cina, Stati Uniti, Messico e Turchia. Seguono gli Europei, tra essi Spagna al primo posto e poi Italia, Polonia e Regno Unito. In Africa domina l’Egitto.
In Italia sono importanti regioni produttrici Piemonte, Trentino Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.
Basilicata e Campania rappresentano insieme il 50% della produzione italiana.

Ma ci sono due dati interessanti, con due chiari grafici illustrativi:
il primo è che la produzione in serra è stabilmente in crescita mentre quella a pieno campo è fortemente in riduzione. Al 2014 solo il 30% della produzione italiana era in pieno campo. Oggi siamo sotto il 20%.
L’altro dato è il picco di consumo: maggio, con incremento però negli ultimi anni di richiesta in marzo e aprile, e decremento in giugno e luglio (anche abbastanza netto).

Mi piace molto questo articolo che introduce al problema.
Ci parla di un sondaggio di Monitor Ortofrutta in cui si domanda agli Italiani se preferiscono acquistare frutta solo quando è di stagione o averla disponibile tutto l’anno.
La risposta di quasi il 90% del campione è che la acquista solo quando è periodo.
Ottimo. Se ne deduce un’inaspettata competenza e attenzione alla qualità e all’ambiente.
Ma il sondaggio continua e la domanda successiva è: quando è il momento di mele, fragole e melone?
A questo punto la risposta non è del tutto coerente dimostrando che abbiamo incertezze al riguardo.

In Italia le fragole si coltivano bene sia a nord che a sud. Per la verità in maniera complementare: infatti il clima differente consente di avere un gradiente di maturazione, per cui dalla Sicilia al Piemonte esse raggiungono la maturazione in momenti diversi e questo permette di mangiarle in più mesi dell’anno.
Quali?
Da febbraio all’inizio dell’autunno. Le prime a maturare sono dalla Sicilia e le ultime dalle coltivazioni alpine in quota.
La produzione cala in autunno e inizio inverno per poi riprendere anticipando la primavera.

Ma come si ottiene questo?
Circa l’80% della fragolicoltura italiana avviene in un contesto protetto: la coltivazione è in campo ma questo è protetto al suolo da uno strato di plastica nera (polietilene) e soprattutto in superficie da un tunnel rivestito di plastica trasparente, in modo da ottenere un effetto serra.
Tanto se biologiche o meno.
La coltivazione a pieno campo è limitata, avviene in maniera consistente principalmente in Romagna.

In questi video sono spiegate le tecniche colturali in tunnel protetto (il primo) e in pieno campo (il secondo). 

Alle tecniche colturali si aggiunge inoltre la selezione di varietà di fragole più adatte. Col tempo si sono infatti selezionate cultivar più precoci da affiancare ad altre per aumentare il periodo di raccolta. La varietà più precoce, anche se non molto fortunata, in Sicilia può maturare già a dicembre. Oppure esistono fragole rifiorenti che hanno un periodo fruttifero più lungo che si protrae in autunno (coltivazione diffusa in Veneto).

Mangiare quindi fragole “quando è periodo”, cioè in pratica a maggio e a giugno, da coltivazione a pieno campo, comprandole al mercato, diventa possibile praticamente solo al nord per fragole provenienti dall’Emilia Romagna, l’unica regione dove per fattori climatici e di qualità è ancora estesa questa pratica colturale.

Certo, la produzione converge in determinati periodi quando il prodotto è migliore e più abbondante. Se tutti chiedessimo fragole in inverno non sarebbe sufficiente la produzione dell’estremo sud.
L’ideale quindi è preferire oltre ai mesi classici (fine aprile, maggio e giugno) quelli più idonei per la regione in cui ci si trova.
In Campania, ad esempio, si può anticipare a metà marzo e considerare tutto aprile.

il gradiente territoriale di maturazione della fragola è ben esemplificato in questo video:

Le fragole non sono un frutto che si conserva a lungo dopo la raccolta.
Per questo è da preferire il prodotto italiano, e soprattutto il prodotto vicino.

Molto bello l’articolo di quest’autrice nel suo blog.
Grazie alle colture protette, abbiamo fragole buone in più mesi dell’anno.
Ma sono sostenibili?
il problema principale della coltura protetta è il materiale plastico utilizzato, che poi andrà smaltito.
Non, in Italia, il riscaldamento delle serre (che non avviene).
Ma ad incidere sull’ambiente è di più il trasporto: fragole sostenibili sono fragole che viaggiano poco.

Anche altre fonti ci riportano come la coltivazione in ambiente protetto possa avere un impatto ambientale ridotto, soprattutto in relazione al consumo di acqua inferiore:

Quindi via libera alle fragole che vengono da vicino, a prescindere dal tipo di coltivazione. Non solo perché il prodotto è più buono e più ricco di nutrienti, ma anche perché sarà più economico e meno impattante sull’ambiente.

Una volta acquistate, è importante consumarle rapidamente, evitando di tenerle a lungo in frigorifero.
E’ bene sciacquarle rapidamente senza lasciarle a lungo immerse in acqua.
Meglio lasciarle nel loro contenitore o comunque non chiuse in una busta.

Qui elencate alcune tra le più diffuse fragole coltivate (esistono anche fragole bianche e fragole nere):

Ecco come vengono classificate le fragole in vendita.
Notate che vengono raccolte e disposte in un contenitore con cui arriveranno al consumatore finale.
Facciamo attenzione al tipo di imballaggio. Molto spesso è in plastica, assicuriamoci che venga scelta plastica di un polimero facilmente riciclabile (ad esempio, il PET).

Quest’anno (aprile 2020) la pandemia da Covid19 sta generando ripercussioni importanti sul comparto agricolo italiano.
C’è una preferenza maggiore verso le confezioni chiuse, purtroppo con aumentato utilizzo di plastica.
C’è carenza di lavoratori stranieri impegnati nella raccolta.
E c’è difficoltà di vendita per le chiusure di tutte le attività di ristorazione e pasticceria.

Consigli su come coltivare le fragole, sul balcone, nell’orto o in un campo: 

La fragolicoltura incomincia in Italia in Emilia Romagna negli anni 60 del Novecento.
In questa pagina potete trovare approfondimenti sulle colture romagnole. Si tratta di un testo enciclopedico sulla fragolicoltura, estremamente esaustivo. Troverete spunti interessanti anche in altri capitoli, per cui vi rimando al link alla fine del post.

E qui invece un approfondimento sulla coltivazione della fragola in Campania:

Due curiosità:
la coltivazione fuori suolo:

e la coltivazione idroponica delle fragole:

l’enciclopedia della fragola:

Bene, spero abbiate trovato utile e interessante anche questo approfondimento.

Al prossimo.

venerdì 10 aprile 2020

STILLE DI RACCOLTA DIFFERENZIATA 4. CONTENITORI DI ALIMENTI IN FRIGORIFERO (SECONDA PARTE)

Continuiamo a conoscere i principali imballaggi di alimenti che riponiamo in frigorifero e, in base al materiale di cui sono fatti, a smistarli nel modo corretto nella raccolta differenziata.

E anche a capire se sono materiali che hanno reali possibilità di riciclo, e se esistono migliori alternative per l’ambiente.

Pasqua, pasquetta, non mancheranno i salumi sulla tavola.
Occupiamoci quindi dei loro involucri.
Tradizionalmente, supermercato o salumeria, mortadella prosciutto e altri chiediamo che vengano affettati al momento.
A questo punto, due sono i contenitori: vaschetta in plastica trasparente richiudibile (in genere quando si prendono 2 o più etti) oppure carta del salumiere con foglio di plastica.

Le vaschette in plastica trasparente in realtà sono molto utilizzate anche per gli alimenti che si comprano già cucinati o porzionati e pronti da mangiare al banco gastronomia, o anche per le olive o per le uova.
Possiamo verificare autonomamente, cercando il numero che indica il polimero nel triangolino, di che polimero plastico è fatto quest’imballaggio.
Tuttavia questo non è un dato obbligatorio da fornire, sebbene la maggioranza delle aziende attente lo mettano ben evidente.
In alternativa, possiamo cercare un sito di produttore e vedere gli articoli di vaschette in vendita per scoprire di che materiale esse sono fatte.
Come ad esempio qui:

Nella mia esperienza, in gran parte esse sono in polietilene tereftalato (PET, polimero 1), polipropilene (PP, polimero 5) o in polistirene (PS, polimero 6).

Il polistirene può essere cristallino, e quindi di aspetto trasparente, oppure espanso, e quindi bianco (il classico polistirolo facilmente riconoscibile visivamente e al tatto).
Se il primo può essere la tipica vaschetta per alimenti, il secondo è comunque diffuso: pensiamo alla vaschetta del gelato artigianale, ma anche a quelle bianche di verdure, carne e pesce che vengono già confezionate ed imballate nei punti vendita, coperte da una pellicola trasparente (di questa ne abbiamo parlato nella precedente stilla).

Sono plastiche che vanno smistate nella raccolta differenziata (dopo aver rimosso residui di cibo).
Verranno riciclate?

La volta precedente vi ho trasmesso una guida ben comprensiva relativa alla raccolta differenziata dei contenitori per alimenti. Dava istruzioni semplici per tutti i contenitori (esempio: questo imballaggio in questo materiale si butta qui).
Questa volta vi rimando a due documenti con i quali capire perché alcuni contenitori in plastica verranno riciclati ed altri no.
Sono due approfondimenti del CONAI (Consorzio Nazionale per il Recupero degli Imballaggi)

Linee guida per la facilitazione delle attività di riciclo degli imballaggi in materiale plastico:

Liste degli imballaggi in plastica nelle fasce contributive:

Da questi deduciamo chiaramente che, allo stato, il riciclaggio delle vaschette in polistirene è ancora difficile.
Non sono quindi, quando possibile, da preferire.

Non ci deve meravigliare però la sua diffusione: le plastiche hanno caratteristiche diverse e alcune sono più adatte al contatto con gli alimenti di altre. Alcune resistono a temperature elevate, altre non sono idonee per questo scopo (non devono andare per esempio nel microonde). O anche, la capacità di contenere i liquidi, ed il tempo di resistenza, differiscono. Ecco perché un imballaggio viene preferito ad altri anche se più difficilmente riciclabile. 
Dipende molto dal tipo di alimento, dalla sua consistenza, dal tempo di conservazione e dalla temperatura.
Il polistirolo, tra l’altro, ha il vantaggio di essere un ottimo isolante termico.

Il discorso è analogo per le vaschette di affettati già confezionate.
In realtà al supermercato oggi ci andiamo di fretta e le troviamo comode e pronte, pazienza se la fragranza e il sapore sono di qualità inferiore. Specie in questa emergenza Coronavirus, si fa prima a prendere una vaschetta già chiusa con la porzione da 80 o 100g di affettato.

Queste, nelle versioni più economiche sono strettamente aderenti al prodotto, che magari quando si apre richiede di essere arieggiato per qualche minuto per restituire meglio il sapore, mentre invece nelle versioni più raffinate l’affettato ha uno spazio maggiore dove viene alloggiato e all’apertura l’immagine restituita è certamente migliore.
Dove vanno queste vaschette preconfezionate?
Nella raccolta differenziata della plastica.
Analogamente alle precedenti, come possiamo leggere nei siti di produttori, anch’esse possono essere in vari polimeri, più spesso in PET.

Per chi vuole approfondire, un blog dedicato allle vaschette per alimenti:

E sul confezionamento degli affettati:

Esistono vaschette in materiale non plastico?
Si e da molti anni. Quest’articolo ne esalta l’introduzione 10 anni fa in Finlandia in cartone.

E anche in Italia è possibile trovare prodotti (in genere di nicchia e di alta gamma) con imballaggi dal peso ridotto, in più componenti tra cui cartone più facilmente riciclabile.

Torniamo però alla spesa al banco con l’affettato appena tagliato.
Esiste la possibilità che il salumiere riponga il nostro fresco affettato nella famosa carta del salumiere. Essa è fatta di un foglio di carta oleata o cerata e di un foglio sottile di plastica, che può aderire o essere separato dalla carta oleata.
La carta oleata o cerata va nell’indifferenziato. Essa infatti è un poliaccoppiato non divisibile carta e plastica, in genere polietilene (nota anche come carta politenata). Può comunque tornarci utile per un riuso, visto che non è stata a contatto con gli affettati e che è dotata di buone doti di impermeabilità.
La usa anche il macellaio per incartare la carne.
Può anche capitare che sia un semplice foglio cartaceo. Dipende dalle scelte del salumiere. Nel dubbio preferisco non abbassare la qualità della carta da riciclo e la metto nell’indifferenziata.
Il foglio di plastica va a contatto col prosciutto ed è un foglio trasparente per alimenti. Si trova anche nelle confezioni sottovuoto (pensiamo alle monoporzioni di sottilette o a volte al salmone sottovuoto. In genere è costituito di polipropilene, se non è eccessivamente sporco può essere raccolto con la plastica differenziata.

Parlando di vaschette per alimenti probabilmente ci sono sfuggiti alimenti e prodotti che non compro abitualmente, ma non vorrei dimenticarne uno che viene da sempre venduto in vaschetta. E che piace a tutti i bambini: i tortellini.

Oggi ricorro molto meno frequentemente al banco frigo per un pasto facile da cucinare come la vaschetta di tortellini ma rimane un must della mia infanzia ed un prodotto molto diffuso.
Un tempo li ricordo sempre in vaschette di plastica coperte da un film, perfettamente analoghe a quelle degli affettati, ma oggi esistono anche forme diverse di confezioni.
A questa pagina ne vediamo alcune delle principali marche. E’ una prova d’assaggio di alcuni tra i principali prodotti disponibili. 

Il Salvagente accusa i nuovi imballaggi di tortellini Giovanni Rana di essere imbustati in un contenitore non riciclabile.

Come scrivono gli autori dell’articolo, è un poliaccoppiato carta plastica che consente di ridurre del 60% la componente plastica.
Personalmente non condivido. Smistiamo nella plastica tanti contenitori di cui non conosciamo con esattezza il polimero e come abbiamo visto molti di essi non verranno riciclati.
Anzi, sappiamo che solo il 40% dei materiali smistati nella raccolta differenziata della plastica avranno reali possibilità di essere riciclati. Il resto va in inceneritore o in discarica. Come il sacchetto dell’indifferenziato.

Dunque, fare correttamente la raccolta differenziata della plastica, ma soprattutto ridurne l’utilizzo e privilegiare l’uso di materiali a maggiore probabilità di riciclo.
Ma come fare per i prodotti che abbiamo visto in questo mese?

Per le vaschette dei salumi, privilegiamo quelle di cui possiamo conoscere il materiale usato e che sia un polimero plastico a maggiore probabilità di riciclo (ad esempio il PET).
Soprattutto, organizzare gli acquisti in modo da limitare gli imballaggi: facciamo acquisti sfusi, maggiori e meno frequenti. Meglio prendere un salame intero e conservarlo in frigorifero rispetto a 80g imballati 2 volte a settimana. Giova poi anche alla salute un consumo non eccessivo di insaccati.
Per le uova, preferire quelle in imballaggio cartonato.
Gli alimenti porzionati che possono essere comprati sfusi, come la frutta e la verdura: il supermercato ci fa usare sacchetti compostabili utili per la raccolta dell’umido. I fruttivendoli ed i mercati ci fanno usare le nostre sacche riutilizzabili (anche se, in questo tempo di Coronavirus, gioco forza per limitare i contatti e velocizzare le procedure si ricorre più spesso a sacchi usa e getta di plastica). Ma vale anche per il pesce e per la carne.
Si può anche considerare diversamente l’acquisto di monoporzioni di cibi pronti. Così scopriamo di poterne prepararare di più sani, vari e saporiti a casa e di portare a lavoro la schiscetta in un contenitore riutilizzabile.

Quando non possibile, non dimentichiamo che gli imballaggi in polimeri plastici, anche quando difficilmente riciclabili o non riciclabili, come i poliaccoppiati, lo sono per ragioni di igiene e conservazione che comportano alla fine un vantaggio economico per la società ed una riduzione di spreco.

Inoltre dobbiamo guardare all’innovazione. Oggi esistono sempre più aziende che producono imballaggi in materiale compostabile che possono sostituire in molte occasioni quelli che oggi usiamo in materiale plastico. Come quelli prodotti da questa azienda.

Bene. Buone feste pasquali (in casa e da soli).

Alla prossima stilla.